Dall’Età del Ferro al Medioevo
Con l’accentuarsi delle differenze etnico-culturali durante l’età del
Ferro il territorio del Parco dei Monti Lucretili si trovò compreso
fra tre populi dell’Italia antica: i Latini a Sud, con i centri, subito
esterni al Parco, di Corniculum (oggi Montecelio) e Tibur (Tivoli), gli
Aequi nella Valle dell’Aniene e i Sabini che abitavano nella zona
da Moricone e Licenza fino all’estremità Nord (Poggio Moiano).
Nella divisione augustea della Penisola in Regiones, infatti, l’area
del Parco fu compresa per la parte meridionale nella Regio I
(Latium et Campania), includente l’Ager Tiburtinus esteso fino
a Palombara-Vicovaro, e per il resto nella Regio IV (Sabini et
Samnium, comprendenti anche gli Aequi). I vasi del IX-VIII sec.
a.C. rinvenuti in una tomba a Vicovaro hanno fogge e decorazioni
di tipo laziale, ma la villa di Orazio a Licenza, situata poco a Nord,
era già in Sabinis.
Durante il periodo protostorico-arcaico (secc. IX-V sec. a.C.), oltre
a Tibur e a Cures Sabini (presso Fara in Sabina), nel cui territorio
(Ager Curensis) rientrava la parte settentrionale del Parco, intorno
al massiccio lucretile si svilupparono abitati minori: nel versante
palombarese a Cretone lungo un percorso della transumanza che
costeggiando il fosso Quirani-Fiora raggiungeva la valle del Tevere,
e a Montelibretti; nel versante aniense a Vicovaro (Varia), Mandela
(Pagus Mandela) e probabilmente a Licenza (Ustica?).
L’annessione a Roma avvenne fra il IV e il III sec. a.C.: nel 338 con la
sconfitta definitiva dei Latini, nel 290 con la vittoria di Manio Curio
Dentato sui Sabini, intorno al 305 a.C. con la sottomissione degli
Aequi, dei quali sono stati individuati prossimi al Parco, oltre alla
necropoli di Riofreddo, abitati di altura e le roccheforti montane
attivate durante la lunga guerra iniziata nel V sec. a.C.
Il territorio del Parco si estendeva fra due trafficate viae
publicae: la Salaria a Nord-Ovest, tramite la quale i Sabini, dediti
prevalentemente alla pastorizia, si approvvigionavano di sale
scendendo fino al mare, e la Valeria a Sud-Est, lungo l’Aniene,
che acquistò un’eccezionale importanza anche come via per la
manutenzione di quattro acquedotti pubblici costruiti fra il III sec.
a.C. e il I d.C. (Anio vetus, Aqua Marcia, Aqua Claudia, Anio novus).
Vi erano inoltre due strade secondarie di interesse locale: quella
che da Tibur proseguiva verso Palombara e Moricone e quella che
da Varia risaliva la valle del torrente Licenza (forse da identificare
con la via Sabinensis citata in un’iscrizione), entrambe confluenti
nella Salaria.
Con la romanizzazione da un lato sopravvisse l’organizzazione
territoriale basata su villaggi (vici), riuniti in circoscrizioni (pagi),
e santuari rurali (dea sabina Vacuna a Roccagiovine, Iuppiter
Cacunus presso Orvinio), diffusa in tutta l’Italia centrale
appenninica, dall’altro aumentò sempre più il popolamento
sparso favorito dalla nascita di numerose villae rusticae, e alcune
rustico-residenziali, sulla cui struttura e produzione soccorrono i
resti archeologici e i trattati di agricoltura di Catone e Varrone,
proprietari essi stessi di fondi in Sabina fra il II e il I sec. a.C.
Le villae si dislocarono tutt’intorno alle pendici del massiccio,
sempre a stretto contatto sia con la valle e la zona collinare, ove
si coltivavano soprattutto oliveti e vigneti (le fonti attestano la
rilevanza dell’olio sabino in età imperiale), sia con le sovrastanti
alture boscose intensamente sfruttate per l’allevamento e le
attività silvo-pastorali.
Di tali ville restano oggi visibili i poderosi muri di terrazzamento
e le capienti cisterne, come in quelle presso S. Maria in Monte
Dominici a Marcellina, di Monteverde a San Polo dei Cavalieri e
di San Nicola nei dintorni di Palombara, ove è stata scavata negli
ultimi anni la villa in loc. Formello. Integravano l’economia agricola
alcune redditizie produzioni artigianali come quelle dei laterizi e
della calce. Sul versante Ovest dei Lucretili si conserva anche, in loc.
Pozzo Badino-Casoli, una strada lastricata utilizzata per prelevare
la neve dai pozzi situati sulla sommità.
Nel 32 a.C. Mecenate, il fido consigliere dell’imperatore Augusto,
donò a Q. Orazio Flacco la villa di Licenza, l’amato Sabinum a
cui il poeta fa spesso riferimento nelle sue opere descrivendone
il fundus coltivato e citando i luoghi circonvicini (l’ameno mons
Lucretilis, Varia, il Pagus Mandela, il torrente Digentia, il santuario
di Vacuna), che hanno permesso agli studiosi, dopo una ricerca
durata secoli, di individuare il sito e all’archeologo Angelo Pasqui
di riportare alla luce nel 1911-1915 i resti di un domus ad atrio con
annesso un ampio giardino porticato abbellito da una vasca
centrale. Alla fine del I-inizi II sec. d.C. furono aggiunti dai successivi
proprietari un grande complesso termale e due fontane.
L’assetto imposto dai Romani al territorio rimase sostanzialmente
inalterato fino in epoca tardo-antica (IV-V sec. d.C.), quando molte
ville decaddero e si formarono latifondi, come la massa Statiana
presso Stazzano di Palombara, la massa Mandelana presso
Mandela e la possessio Duas Casas “sub monte Lucreti” vicino
Roccagiovine, abbracciante verosimilmente la villa di Orazio.
Nell’Alto Medioevo la valle dell’Aniene, che all’inizio del VI secolo
fu nobilitata dalla presenza del fondatore del monachesimo
occidentale, S. Benedetto, a Subiaco, vide il diffondersi di
monasteri benedettini. Uno si impiantò sulla villa oraziana, un altro
precedette quello dei SS. Cosma e Damiano (oggi S. Cosimato),
presso Vicovaro, che secondo una solida tradizione ebbe come
abate lo stesso Benedetto.
Una vera rivoluzione nell’assetto territoriale si ebbe soltanto nel
X-XIII secolo con il fenomeno dell’incastellamento, ovvero con
la nascita dei villaggi fortificati (castra) nel cuore del Parco, ad
opera di signori laici e dell’Abbazia imperiale di Farfa, e intorno, ad
opera dell’Abbazia benedettina di Subiaco, che in un certo senso
riproposero il popolamento arroccato di età romana. Molti di essi,
principalmente quelli in posizione più impervia, scomparvero a
causa di pestilenze e carestie nei secoli seguenti e le loro rovine
costituiscono oggi, al pari della vestigia del periodo classico, le più
suggestive testimonianze culturali del Parco.

